PROVA di TUTTE le GOLF GTI della STORIA (+BONUS W12 a trazione posteriore da 650CV)

PROVA di TUTTE le GOLF GTI della STORIA (+BONUS W12 a trazione posteriore da 650CV)

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Celebrare cinquant’anni di un’icona dell’automobilismo è un evento raro e speciale. Non si tratta solo di analizzare schede tecniche, ma di rivivere emozioni che hanno attraversato decenni. Oggi vi accompagno in un viaggio temporale per scoprire, una per una, tutte le generazioni della Volkswagen Golf GTI. Vi racconterò com’è guidarle oggi, cercando di capire quale sia la migliore e quale, forse, è quella che ha lasciato il segno più profondo nel mio cuore (spoiler: potrebbe essere la quinta). Ma prima di tuffarci nella cronologia ufficiale, dobbiamo fare una deviazione necessaria verso un oggetto che sfida ogni logica.

L’esperimento estremo: la Golf GTI W12-650

Correva l’anno 2007 e, probabilmente in preda a un momento di follia creativa, i tecnici Volkswagen decisero di installare un motore W12 biturbo — sostanzialmente quello della Phaeton — in posizione centrale su una Golf. Il risultato è un mostro da 650 cavalli, con carreggiate spropositate e un design estremizzato che lascia senza fiato.

Questo non è un’auto normale; è un prototipo che non sarebbe mai dovuto uscire da un parcheggio, eppure oggi ho l’incredibile privilegio di guidarlo. L’interno è grezzo, privo di fonoassorbente, con il motore a vista che domina l’abitacolo subito dietro i sedili a guscio. C’è odore di benzina, un profumo meccanico che inebria. La strumentazione è essenziale, con indicatori per la temperatura di scarico e la pressione delle due turbine.

Guidarla incute timore reverenziale. È trazione posteriore, il passo è corto e il motore è un W12. Appena si sfiora l’acceleratore, la sensazione è quella di un aereo pronto al decollo. Il rumore è assordante — ne basterebbe la metà — e la spinta è brutale. Non ho il coraggio di affondare completamente il pedale, non è il caso con un esemplare unico da soli 23.400 km, ma solo muoverla fa capire quanto fossero “matti” a Wolfsburg nel 2007.

Le origini del mito: GTI Mk1 (1976)

Ritorniamo con i piedi per terra, o meglio, all’inizio della storia. Salire sulla prima GTI del 1976 è un’esperienza mistica. L’avevo già guidata al Salone di Monaco, ma ogni volta è una riscoperta. Parliamo di un motore 1.6 a carburatori, pochi cavalli se paragonati a oggi, ma con un peso inferiore ai 1000 kg.

Qui non c’è servosterzo, non c’è elettronica. L’acceleratore è a cavo, con una risposta uno a uno che oggi ci sogniamo. È meccanica pura. Il cambio a quattro marce è corto ma il motore è incredibilmente elastico: riprende anche da 80 all’ora senza esitazioni. Pensare che questa vettura ha 50 anni è incredibile; è leggera, comunica tutto e regala una “libido” di guida che solo le auto analogiche sanno dare.

La consacrazione: GTI Mk2 (1984)

La seconda generazione rappresenta una naturale evoluzione. Per me ha un valore affettivo enorme: è l’auto che ha avuto mia madre e di cui era innamorata, trasmettendomi forse quell’amore intrinseco per le Golf. Qui troviamo un motore 1.8 litri 16 valvole e un cambio a 5 marce.

Sebbene manchi ancora il servosterzo e la sicurezza sia un concetto lontano dagli standard attuali (c’è giusto l’ABS), le prestazioni iniziano a farsi serie. Con circa 150 cavalli, questa macchina viaggiava forte. Non dimentichiamo che in questa generazione arrivò anche la mitica G60 con compressore volumetrico, capace di toccare i 200 km/h: vere regine dell’Autobahn fatte di lamiera vera. Il cambio manuale è una gioia, soprattutto se si esegue la doppietta. È un mezzo che unisce il fascino del passato a prestazioni già interessanti.

Un momento di transizione: GTI Mk3 (1991)

Con la terza generazione, forse, facciamo un piccolo passo indietro in termini di emozioni pure, specialmente con le prime versioni. Il 2.0 litri da 115 cavalli che sto guidando fatica un po’ in salita; manca quella cattiveria immediata, anche se l’arrivo successivo delle 16 valvole ha migliorato le cose.

Esteticamente è quella che mi ha sempre convinto meno. È un’auto di transizione tra il vecchio e il nuovo: c’è l’ABS ma mancano ancora i controlli elettronici avanzati. Rimane comunque fedele alla filosofia Golf: un’auto fruibile tutti i giorni che sa essere piacevole, ma per le prestazioni vere bisognerà attendere la generazione successiva.

Il salto nell’era moderna: GTI Mk4 (Fine anni ’90)

Sembra impossibile, ma stiamo parlando di una macchina di 25 anni fa che, dinamicamente, si comporta già come una vettura moderna. La differenza con la terza serie è abissale. Sotto il cofano troviamo il celebre 1.8 Turbo 20 valvole (5 per cilindro), che eroga tra i 150 e i 180 cavalli in questo esemplare di fine serie.

C’era anche l’opzione del 5 cilindri 2.3 aspirato, ma è col turbo che la GTI torna a essere “cattiva”. Non è ancora un missile a causa della cilindrata contenuta che limita la coppia in basso, ma quando la turbina spinge, la macchina fa strada. È solida, ben costruita (è la prima Golf che dà la sensazione di essere assemblata per durare in eterno) e frena bene. Chicca assoluta: il pomello del cambio a forma di pallina da golf, un must che è diventato storia.

L’equilibrio perfetto: GTI Mk5

Arriviamo alla mia preferita. La quinta generazione è quella di cui mi sono perdutamente innamorato pur non avendola mai guidata prima di oggi. Perché? Perché è il perfetto anello di congiunzione. Monta un 2.0 TFSI che nell’edizione “Edition 30” arriva a 230 cavalli e introduce il cambio DSG a sei rapporti.

Il salto tra la Mk4 e la Mk5 è ancora più netto di quello precedente. La dinamica di guida è contemporanea: sospensioni evolute, comfort superiore e una tecnologia che aiuta senza invadere. Dopo vent’anni, passare da 115 a 230 cavalli e poi ai 325 delle odierne è impressionante, ma la Mk5 resta forse la più equilibrata. È una youngtimer che si guida come un’auto nuova.

Parentesi visionaria: i concept del 2013 e 2014

La storia della Golf è fatta anche di sogni. Oltre alla W12, ho potuto toccare con mano la Design Vision GTI del 2013: un mostro da 500 cavalli con motore 3.0 litri biturbo e manettini sul volante per le modalità “Street”, “Sport” e “Track”.

Ancora più incredibile è la GTI Roadster Vision Gran Turismo del 2014. Nata per il videogioco, è diventata realtà: una barchetta cabrio a trazione integrale, sempre con un 3.0 V6 biturbo da 500 cavalli, capace di uno 0-100 km/h in 3,6 secondi. Vedere dal vivo questi esercizi di stile, con dettagli come il porta-casco, fa capire quanto il legame tra mondo virtuale e reale sia potente.

La maturità: GTI Mk6 e Mk7

Tornando sull’asfalto, la Golf GTI Mk6 (qui in versione Edition 35) è una raffinata evoluzione della quinta. Introduce il sistema DCC (sospensioni regolabili), il keyless e un cambio DSG ormai diventato una garanzia. È una vettura di transizione che prepara il terreno alla settima serie, offrendo un feeling molto simile a quest’ultima.

E poi c’è lei, la Mk7, forse la “mia” Golf per eccellenza, avendo posseduto una 2.0 TDI di questa serie. Qui siamo di fronte a un’auto adulta: 245 cavalli, differenziale autobloccante meccanico a controllo elettronico e una dinamica affinata. Funziona tutto alla perfezione. L’unico difetto storico della Mk7 è una tendenza al sottosterzo quando si alza troppo il ritmo, un comportamento che la distingueva ancora dalle sportive più estreme.

Il presente: GTI Mk8 e Mk8.5

Siamo arrivati ai giorni nostri con l’ottava generazione e il suo restyling, la 8.5, che celebra il 50º anniversario. Il passo avanti qui è tutto nell’elettronica al servizio della guida. Il sottosterzo tipico della 7 è stato quasi eliminato grazie al Vehicle Dynamics Manager e a tarature dell’assetto specifiche, specialmente nelle versioni Clubsport. La macchina è più affilata, più efficace e corregge i “difetti” del passato mantenendo la versatilità di sempre ma ve ne abbiamo parlato QUI.

Dalla purezza meccanica del 1976 alla perfezione elettronica di oggi, la Golf GTI ha attraversato cinquant’anni restando fedele a se stessa: un’auto capace di unire due anime, quella della compagna fedele per tutti i giorni e quella della sportiva capace di strapparti un sorriso tra le curve.

E voi? Ne avete avuta una? Qual è la vostra preferita in questo mezzo secolo di storia? Fatecelo sapere.

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